Schiava, Sophie Morgan e il diario di una sottomessa: «Il bondage senza sfumature» L’autrice parla della sua storia e della moda del momento

LONDRA -Dopo le Cinquanta sfumature di grigio-rosso-nero pensavamo di sapere tutto del mondo sadomaso, delle sottomesse e dei dòmini, della stanza delle torture e degli strumenti per infliggere dolore. E invece – sorpresa – niente è come appare nella trilogia-fenomeno di E.L. James. Parola di una vera sottomessa. Una donna che in camera da letto consegna le chiavi del potere all’uomo e nel dolore trova anche il piacere. Lei si chiama Sophie Morgan (ma è uno pseudonimo) e il suo libro, Diario di una sottomessa, esce oggi in Italia per Bompiani (336 pagine, 15 euro). Racconta le sue esperienze senza tabù finché incontra James, che spinge ancora più in là i suoi limiti. E man mano che la loro storia si fa più coinvolgente la protagonista si chiede se riuscirà a coniugare una vita normale a due con la sua sessualità.

Sophie è una trentenne inglese, giornalista, sicura di sé, indipendente. Almeno fuori dalle lenzuola.
Ed è lei l’originale mummy porn (come è stato definito il genere letterario porno soft). Perché la prima edizione del suo libro è uscita due anni fa, quando ancora nessuno si era appassionato a frustini e manette.
Dopo Cinquanta sfumature molti autori si sono buttati sul genere erotico. Lei invece ha preceduto tutti.
«Per alcuni anni ho tenuto un blog, dove raccontavo le mie esperienze, dalla prima sculacciata in poi. Lo scrivevo soprattutto per me stessa, per cercare di capire perché mi piacessero certe cose. Mentre le facevo le trovavo eccitanti, ma dopo, ripensandoci, mi sentivo scioccata. Erano dei tabù e cominciavo ad avere dei dubbi. La scrittura mi ha aiutata. La prima versione del libro, che raccoglieva i post del blog, è uscita due anni fa. Poi il mio editore qui in Gran Bretagna, Penguin, mi ha chiesto di cambiare un po’ la storia per ripubblicarla. L’ho allungata di 100 pagine e adesso è di nuovo in libreria e verrà tradotta in nove Paesi».
Immagino abbia letto la trilogia di Cinquanta sfumature. Sia onesta, cosa ne pensa?
«L’ho letta certo. Penso racconti molti stereotipi. Il mondo del bdsm (bondage, sadismo e masochismo, n.d.r.) non è fatto di persone psicologicamente fragili, che hanno avuto traumi nella loro infanzia come Christian Grey. Lui controlla la vita di Anastasia, la sua sottomessa, in tutto e per tutto. Io ho una vita normale. Il mio fidanzato non mi sceglie gli amici o gli abiti da indossare».

Però grazie a E.L. James questo mondo è entrato nel mainstream, la gente ne parla e magari lo sperimenta. La trova una cosa positiva?
«Se leggendo Cinquanta sfumature si è spinti a fare nuove esperienze e mettere un po’ di pepe in camera da letto ben venga. Ma non pensiate che i dòmini siano tutti milionari con l’elicottero che hanno a casa una stanza delle torture».

Secondo lei perché questo genere di letteratura porno soft è diventato all’improvviso così popolare?
«Ho una mia teoria. E’ merito della crisi finanziaria. In tempo di recessione non ci si può permettere di uscire spesso a cena o di andare al cinema. Si rimane in casa e si fa sesso. Divertente ed economico. Poi c’è il fattore romantico. Le donne leggono Cinquanta sfumature perché è una fantasia, è un sogno. Tutte vorremmo qualcuno che ci salvi, un riccone bellissimo che quando siamo in difficoltà ci venga in soccorso».
Nel suo libro e nella sua vita c’è il romanticismo?
«Certo. Il rapporto tra sottomessa e dominus fuori dal letto è egualitario. E’ una relazione normale. Io e il mio fidanzato laviamo i piatti e facciamo la spesa a turno. Non è tutto frustini e sculacciate».
Le femministe non la pensano così. Vedono la sottomissione della donna durante l’atto sessuale come un passo indietro culturale di almeno cento anni.
«Non accetto queste critiche. Io mi considero una femminista. Quello che voglio fare in camera da letto è una mia scelta. Non me lo impone nessuno».

Ma lei usa uno pseudonimo. Si vergogna?
«Non è ancora socialmente accettabile essere una sottomessa. Spero che un giorno lo sia. Uso uno pseudonimo per sentirmi più libera di raccontare tutto senza filtri. Se firmassi con il mio vero nome sarei più inibita. I miei genitori non sanno nulla, né i miei colleghi di lavoro e per adesso preferisco che sia così».

Quando ha iniziato a essere attratta dalla sottomissione?
«Avevo 9-10 anni e in tv mi piacevano quegli show in cui le donne venivano legate o tenute prigioniere. Ovviamente non sapevo cosa fosse il sesso ma avevo già queste pulsioni».

La prima esperienza?
«A 19-20 anni. Stavo con un americano. Una sera lo prendevo in giro per come si stava spogliando, lui per gioco mi ha colpito con una spazzola per capelli ed entrambi lo abbiano trovato molto eccitante».

La punizione sessuale più dolorosa?
«Essere colpita con un cucchiaio di legno. Sembra uno strumento innocuo ma non lo è».

Ha una safe word, la parola d’ordine da pronunciare se si raggiunge il limite del dolore?
«Sì: pomegranate (melograno, n.d.r.)»

L’ultima volta che l’ha usata?
«In una circostanza ben poco erotica. Ero legata e mi sono venuti i crampi alle gambe. Non resistevo più».

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